La Stampa, n. 79, p. 7, Torino, Italia, 20 marzo 1915

Armiamoci e… di Pitigrilli e Palais (20/03/1915)

Italiano: La Stampa, n. 79, p. 7, Torino, Italia, 20 Marzo 1915.

Ultime di cronaca

Una nuova rivista

Armiamoci e… di Pitigrilli e Palais (Teatro Alfieri).

Siamo alle solite. Cominciata tra gli applausi, la nuova rivista politica con accenni alla nostra vita cittadina, scritta dai signori Palais e Pitigrilli, fini tra l’indifferenza e i fischi.

E così fu, ed è e sarà sempre di ogni rivista, allorquando un autore, o due o tre — siano pure essi d’ingegno — credono bastevole uno spunto discreto, o qualche mediocre trovata per mettere insieme ciò che richiede, invece, grandi qualità di teatro.

Ad Armiamoci e…, toccò, dunque la sorte, che non sorrise ad altri lavori consimili, scritti in questi ultimi tempi.

Né dovranno lagnarsi gli stessi autori so anche la recitazione non abbia loro giovato. Troppi sono, infatti, in essa i segni d’una composizione frettolosa ed inorganica, mentre anche le riviste devono rivelare un’armoni e un equilibrio tra le loro diverse parti, senza cui non è saldezza di struttura e, quindi, solidità di resistenza. No possono bastare qualche caricatura disegnata con un, corto garbo, o qualche motto felice a colmare il vuoto, per entro il quale annaspa quest’ultima manifestazione d’un genere, che — buono in sé — fluirà col divenire insopportabile ai pubblici, proprio per il poco rispetto che hanno di esso coloro che lo trattano.

La satira manca qui troppo spesso di una qualità sostanziale: cioè di plasticità, o per dire meglio, di quella nettezza del segno, con-’ tro cui essa scocca gli strali. Troppe coso d’altri parie sono chiare soltanto per ce le pensò, o per chi le pensi alquanto.

Ed il pubblico ama in questo genere residenza, che induce alla pronta risata, che si, imprime con decisi contorni nella mente. La vivacità sul palcoscenico si trasforma olla suar volta in ingombro farraginoso, ove 41 buon s’offusca, si smarrisce, affoga.

Il celebre, si fa tanto per fare, dot tre giudici in «Orfeo all’inferno» ritorna cosi alla inerite ad ogni tratto. Si fa tanto per tara una rivista, ove l’arto consista neil’adecare il pubblico colla curiosità, sfruttando un momento dell’attuale vita politica; si fa tanto per fare dai direttori di Compagnia, poiché questo pubblico — se non abbocca — quante meno affluirà per un paio di sere in teatro.

E ad un tempo stesso non si fa nulla o ben poco. Tanto che lo stesso mezzuccio del ricorrere ad inni patri rivela solo la’grossolana! Duole il dovere usare tanta severità con due giovani autori, che pure rivelano qui e là intenti felici di satira e di caricatura, e persino una certa signorilità di qualche episodio e che riuscirono a comporre, ad esempio, un primo atto che eccitò il pubblico all plauso, e volse ad essi l’onore di alcune chiamate al proscenio. Ma appunto in ciò stati guaio. Essi cominciarono bene perchè avevano qualche cosa a dire: poi, volendo forzatamente giungere ai tre atti; brancolarono nel vuoto o si pendettero…

Né la musica, tutta composta di motivi poi polari, ha la comicità dell’adattamento, quella comicità che è, per esempio, in «Monopoleone».

Questa sera si ritoma pertanto a «Battagliai di dame», di Michelotti e Bona, e la ripresa è bene giustificata dal continuo successo, della graziosa operetta.

English: La Stampa, n. 79, p. 7, Turin, Italy, March 20, 1915.